Per necessità, per naturale propensione, per il piacere di farlo, tutti noi citiamo.
Ralph Waldo Emerson

domenica, 06 gennaio 2008 , 19:22

Una volta chiesero a Bertrand Russell, ateo incallito, che cosa avrebbe detto se dopo la morte, nonostante tutto, avesse incontrato Dio. Si dice che Russell abbia risposto: "Gli chiederò: onnipotente Iddio, perché hai dato così pochi segni della tua esistenza?". Indubbiamente la terribile realtà in cui viviamo non assomiglia – almeno in superficie – a un mondo in cui prevalga l'onnipotenza benevola; ed è davvero difficile capire come, in un universo compassionevole, possano abitare tante persone poverissime, sempre affamate, prive di ogni cosa e disperate, e perché ogni anno milioni di bambini innocenti debbano morire per mancanza di cibo, assistenza medica o interesse da parte della società.

Naturalmente il problema non è nuovo, e i teologi ne hanno già discusso. L’argomento secondo cui Dio vuole che siamo noi e solo noi a occuparci di queste cosa ha un fondamento razionale non disprezzabile; non essendo religioso, non so giudicare quanto valga sul piano teologico, ma apprezzo molto l’affermazione che devono essere gli stessi esseri umani a prendersi la responsabilità di sviluppare e cambiare il mondo in cui vivono. Non è necessario essere religiosi per apprezzare questo punto fondamentale. Dato che – in senso ampio – viviamo tutti insieme, non possiamo sottrarci all’idea che, in ultima analisi, le terribili cose che vediamo accadere intorno a noi siano problemi anche nostri. Sono responsabilità nostra, che esista o meno anche qualcun altro con cui condividerla.

Come esseri umani responsabili e intelligenti non possiamo sottrarci al compito di giudicare una situazione, e quali siano gli interventi necessari; come creature capaci di riflettere siamo in grado di valutare le vite altrui. E il nostro senso di responsabilità non è necessariamente legato solo alle eventuali sofferenze causate dal nostro stesso comportamento (anche se pure questa responsabilità può essere molto importante), ma può investire, più in generale, tutte le miserie che vediamo intorno a noi e a cui siamo in grado di porre rimedio. Naturalmente tale responsabilità non è la sola cosa degna della nostra attenzione, ma negare che – presa nella sua accezione più ampia – essa sia comunque rilevante significherebbe eludere un aspetto centrale della nostra esistenza sociale. Si tratta non tanto di avere regole precise che ci dicano il modo esatto di comportarci, quanto di riconoscere l’importanza della nostra comune umanità quanto di troviamo di fronte alla scelte.

Amartya Sen, Lo sviluppo è Libertà.

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mercoledì, 17 ottobre 2007 , 01:00

Seconda stella a destra
questo è il cammino
e poi dritto fino al mattino
non ti puoi sbagliare perchè
quella è l'Isola che non c'è!
E ti prendono in giro
se continui a cercarla
ma non darti per vinto perchè
chi ci ha già rinunciato
e ti ride alle spalle
forse è ancora più pazzo di te.

E. Bennato, L'isola che non c'è, Sono solo canzonette, 1980

Citazione strana, questa, ve lo concedo, o almeno estranea all'idea prima con cui questo blog è nato, quella di citare solo ed esclusivamente da libri. Penso tuttavia che il discorso del viaggio, della ricerca dell'Isola che non c'è, sia importante. Quanto sia imporante il viaggio ce lo insegna Dante e, più recentemente, il tema della ricerca di qualcosa di inarrivabile ci è stato sottolineato da Samuel Beckett (Vladimir ed Estragon possono attendere tutta la vita: Godot non arriverà mai). Comunque, le parole finali di questa bellissima canzone parlano dell'importanza di avere un sogno, un Godot personale, un desiderio inarrivabile. Il senso profondo di questa canzone, credo, è che l'uomo ha bisogno dei sogni. E allora sognamo.

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sabato, 16 giugno 2007 , 22:39

I hold the world but as the world, Gratiano, a stage where every man must play a part...

W. Shakespeare, The merchant of Venice

I will comment this quotation in English. I am a stagegoer.

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giovedì, 14 giugno 2007 , 16:00
Il dolore può essere necessario, ma non rappresenta una virtù in sè.

Joseph E. Stiglitz , La globalizzazione e i suoi oppositori


Mai avrei creduto di trarre una lezione di vita come questa da un libro comprato esclusivamente per l'esame di macroeconomia II.
Il dolore "economico e finanziario" di un paese può, forse, essere necessario per un breve periodo di tempo affinchè si giunga ad una svolta nel mercato interno e estero. Ma non è qualcosa da perseguire come spesso il Fondo Monetario & co. hanno fatto.
Non si può giocare con la vita degli altri solo perchè si sta racchiusi in palazzi dorati, mentre ci si dà quotidianamente a  sguazzi pari a quelli di Zio Paperone nel beneamato deposito. 
Questo dice, all'incirca, Giuseppe.

E io lo riadatto, in modo per lo più imbarazzante, al mio quotidiano.
Spesso sto a farmi fagocitare da quel sentimento che fa tanto "dolore" alla giovane Werther. Ha un che di romantico, nel senso più letterario del termine. E mi ci accoccolo, tentando di tirar fuori il meglio dal peggio (di me? del dolore? del romantico?).
Ma forse, senza arrivare a condannare il dolore in quanto tale, senza aborrirlo e rifuggirlo, potrei almeno iniziare a credere che senza ci si può stare, e anche bene.

[è una riflessione di cui non so farmi migliore portavoce, chiedo venia ]

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sabato, 09 giugno 2007 , 01:02

“Ti voglio raccontare una storia,” disse Zedka. “Un potente stregone, con l’intento di distruggere un regno, versò una pozione magica nel pozzo dove bevevano tutti i sudditi. Chiunque avesse toccato quell’acqua, sarebbe diventato matto.

Il mattino seguente, l’intera popolazione andò al pozzo per bere. Tutti impazzirono, tranne il re, che possedeva un pozzo privato per se e per la famiglia, al quale lo stregone non era riuscito ad arrivare. Preoccupato, il sovrano tentò di esercitare la propria autorità sulla popolazione, promulgando una serie di leggi per la sicurezza e la salute pubblica. I poliziotti e gli ispettori, che avevano bevuto l’acqua avvelenata, trovarono assurde le decisioni reali e decisero di non rispettarle.

Quando gli abitanti del regno appresero il testo dei decreti si convinsero del fatto che il sovrano fosse impazzito, e che pertanto ordinasse cose prive di senso. Urlando, si recarono al castello, chiedendo l’abdicazione.

Disperato, il re si dichiarò pronto a lasciare il trono, ma la regina glielo impedì suggerendogli: ‘Andiamo alla fonte, e beviamo quell’acqua. In tal modo saremo uguali a loro’. E così fecero: il re e la regina bevvero l’acqua della follia e presero immediatamente a dire cose prive di senso. Nel frattempo i sudditi si pentirono: adesso che il re dimostrava tanta saggezza , perché non consentirgli di continuare a governare?

La calma regnò nuovamente nel paese, anche se i suoi abitanti si comportavano in maniera del tutto diversa dai loro vicini. E così il re poté governare fino alla fine dei suoi giorni”.

 

Paulo Coelho, Veronika decide di morire

 

No comment.

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mercoledì, 06 giugno 2007 , 21:48

My mistress' eyes are nothing like the sun;

Coral is far more red, than her lips red:

If snow be white, why then her breasts are dun;

If hairs be wires, black wires grow on her head.

I have seen roses damasked, red and white,

But no such roses see I in her cheeks

And in some perfumes is there more delight

Than in the breath that from my mistress reeks.

I love to hear her speak, yet well I know

That music hath a far more pleasing sound:

I grant I never saw a goddess go,

My mistress, when she walks, treads on the ground.

And yet by heaven, I think my love as rare,

As any she belied with false compare.

William Shakespeare, sonnet CXXX

Non tradurrò questo sonetto, principalmente perchè una poesia non può essere tradotta, almeno da me (si perdono troppe cose). Credo fermamente che tale sonetto rappresenti l'amore perfetto, l'amore senza fronzoli, pieno. Il distico finale è emblematico: dopo essersela presa con tutta la tradizione poetica precedente, che vede nella donna il sole, la neve, e così via, afferma che il suo amore è raro quanto (se non di più, aggiungo io) quello per ogni donna mascherata con falsi paragoni.

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domenica, 03 giugno 2007 , 19:23

“Io non so cosa sia un matto”, sussurrò Veronika. “Comunque, io non lo sono. Sono una suicida frustrata.”

“Matto è colui che vive nel proprio mondo. Come gli schizofrenici, o gli psicopatici o i maniaci. Quelle persone, cioè, che sono diverse dalle altre.”

[…]

“Una volta ho visto una donna con un  vestito rosso tutto scollato e lo sguardo vitreo che girava per le vie di Lubiana; il termometro segnava cinque gradi sotto lo zero. Pensai che fosse ubriaca e mi avvicinai per aiutarla , ma lei rifiutò la mia giacca”

“Nel suo mondo forse era estate. E magari il suo corpo era riscaldato dal desiderio di qualcuno che l’aspettava. Anche se questa persona fosse esistita soltanto nel suo delirio, lei aveva il diritto di vivere o di morire come voleva, non credi?”.

 

Paulo Coelho, Veronika decide di morire

 

Si può affermare al di là di ogni dubbio se qualcuno è matto? Se lo fossero tutti gli altri?

C’è davvero un punto di riferimento, un appoggio stabile e fisso? O solo un riferimento variabile e dinamico?

A ben pensarci il discorso è simile a quello dei colori: come facciamo a sapere quali nomi danno gli altri al colore che noi chiamiamo rosso? Come facciamo a sapere quale colore loro intendono dicendo rosso?

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sabato, 19 maggio 2007 , 13:39
La vita è atroce; lo sappiamo. Ma proprio perché aspetto tanto poco dalla condizione umana, i periodi di felicità, i progressi parziali, gli sforzi di ripresa e di continuità mi sembrano altrettanti prodigi che compensano quasi la massa dei mali, degli insuccessi, dell'incuria e dell'errore. Sopravverranno le catastrofi e le rovine; trionferà il caos, ma di tanto in tanto verrà anche l'ordine. La pace s'instaurerà di nuovo tra le guerre; le parole umanità, libertà, giustizia ritroveranno qua e là il senso che noi abbiamo tentato d'infondervi. Non tutti i nostri libri periranno; si restaureranno le nostre statue infrante; altre cupole, altri frontoni sorgeranno dai nostri frontoni, dalle nostre cupole; vi saranno uomini che penseranno, lavoreranno e sentiranno come noi: oso contare su questi continuatori che seguiranno, a intervalli irregolari, lungo i secoli, su questa immortalità intermittente.

Marguerite Yourcenar, Memorie di adriano.


È così. La serenità, a sprazzi la felicità, se di questo si può osar trattare, la pace, la Quiete. Se ne stanno come tra due tempeste. Non è questione di previsione meteorologiche, non è onniscienza, è che prima o poi torna, a cicli, per lo più virtuosi, tutto ritorna. Grazie al cielo.

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mercoledì, 16 maggio 2007 , 19:12
" À la suite d'un flux impétueux de l'univers, l'homme - habituellement si clôturé -, à l'écoute soudain d'une pulsation intime, de nouveau s'anime et reprend essor. Il rompt alors les règles, se féconde dans le refus, se réalise dans le cri, s'invente dans l'oeuvre, multipliant ainsi la portée de son destin."

Andrée Chédid, Petite Terre, Vaste rêve.

" Al seguito d'un flusso impetuoso dell'universo, l'uomo - di solito così chiuso -, all'ascolto d'una pulsazione intima, di nuovo si anima e riprende slancio. Rompe allora le regole, si feconda nel rifiuto, si realizza nel grido, s'inventa nell'opera, moltiplicando così la portata del suo destino."

Tutto qui. Secondo me, la creazione è la libertà dell'uomo, ci permette di sublimarci, di crescere aprendo sempre di più le possibilità di sviluppo. Respingiamo sempre i limiti, spingendo se stesso all'introspezione e gli altri alla riflessione. Creare è una delle più belle possibilità dell'uomo.

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giovedì, 26 aprile 2007 , 15:32

<< Mi piace>> disse la donna << guardare al male e al bene, al vizio e alla virtù >>. [...] <<Non so che cosa siano la bontà e la protervia, l'orgoglio e l'umiltà: degli uomini e delle cose conosco solo i colori, o piuttosto le luci (giacchè ciascuna luce ha un colore). [...] Ciò che gli uomini chiamano avarizia e gioia, dolore e terrore, sono per me luci azzurre o verdi, rosee o gialle. [...] E di colori ce n'è tanti, quante sono le stelle in cielo. E in alcune luci, prepotenti, c'è un solo colore, ma in altre, anche umili e tenui, ce ne sono mille, infiniti in uno.

Tommaso Landolfi, Dialogo dei massimi sistemi, Adelphi edizioni, 1996

Il titolo citato è quello di una raccolta di sette racconti, all'interno della quale si può leggere La piccola Apocalisse: è il racconto di un uomo che esce una sera, e va in un bar con dei suoi amici. Ha l'animo del poeta incompreso. Alla fine, dopo non essersi divertito, torna a casa e si mette a scrivere La donna nella pozzanghera, un metaracconto in cinque capitoli scandito dalle epigrafi di Wordsworth. In particolare, quella del secondo capitolo, da cui è preso il discorso della donna, è: I saw her upon nearer view:/ a spirit, yet a woman too... E questo mi porta al motivo della citazione, al nocciolo della questione: penso fermamente che se ci sforzassimo un po' di più a vedere il mondo in technicolor, forse, il mondo ci apparirebbe non dico più bello, ma più sopportabile.

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martedì, 24 aprile 2007 , 15:00

D'un tratto sentii un gran baccano in giardino,  per qualche secondo pensai che potevano essere la mamma e il papà di ritorno dall'ospedale. Mi sbagliavo; affacciatomi alla finestra, vidi un ragazzino che penzolava dal melo appeso per l'elastico dei calzoni: era Mika. [...]

<< Mi chiamo Joakim>> risposi.

<< E io sono Mika. Di' un po', perchè stai a testa in giù?>>

Scoppiai a ridere. Credo che rimase un po' intimidito dalla mia reazione, perchè s'infilò il pollice in bocca e cominciò a succhiarlo come un neonato. Allora mi scappò un'altra risatina.

<< Sei tu che stai a testa in giù>> gli spiegai.

Mika si tolse il pollice di bocca e cominciò ad agitare tutte le dita, poi disse:

<< Quando due persone si incontrano, e una sta a testa in giù, non è così semplice stabilire chi dei due sta nel verso giusto>>.

Rimasi talmente colpito da quella risposta che non seppi ribattere nulla. [...]

<< Vedo che questo pianeta ha un satellite.>> disse << E per vedere questo satellite guardate in su, vero?>>

<< Sì>> risposi.

<< E quando andate lassù, viaggiate verso l'alto o verso il basso?>>

<< Verso l'alto>>.[...]

<< Ma una volta arrivati sulla luna scendete sulla sua superficie, vero?>>

Non ero mai stato sulla luna, ma in compenso avevo visto alla TV tutte le trasmissioni sull'allunaggio.

Annuii di nuovo.

<< Quindi, da qualche parte tra questo pianeta e la luna, il basso si trasforma in alto e l'alto in basso>>.

Ero così confuso che non sapevo cosa rispondere, ma mi pareva che il suo ragionamento non facesse una grinza.

 

Jostein Gaarder, C'è nessuno?

 

Ritengo che questo sia un passo che ciascuno di noi dovrebbe tenere bene a mente, ogni giorno. L'uomo è un animale sociale, ha bisogno di vivere in comunione e vicinanza con altri che gli somiglino, anche solo interiormente. Paradossalmente, però, non lo sa fare bene. Non ci riesce, c'è ben poco da fare. C'è sempre qualcosa che non regge, un anello mancante. Ce lo ricorda anche la favoletta dell'Islandese che viaggia e viaggia in cerca di un posto che gli vada a genio, che lo faccia sentire bene. Quando vive solo, rimpiange la compagnia. Quando è circondato da migliaia di altri come lui, si sente solo e oppresso. Allora direi di correggere la tesi con: l'uomo è un animale sociale, ma solo quando ne ha voglia. Ma applichiamo questa citazione a noi, oggi.

 

Prendiamo due persone qualunque, per non buttarci su discorsi politici. Due persone qualunque che discutono. Il signore A esporrà la sua tesi, e il signore B una discordante. Il signore A non sopporterà di non essere capito, e tenterà di far cambiare idea al signore B in tutti i modi possibili. Procedimento del tutto inutile, dal momento che anche il signore B tenterà di fare lo stesso con il caro A. La discussione andrà avanti per ore inasprendosi sempre di più, e forse non si chiuderà mai, fino a che passerà un bambino che chiederà ai due il motivo della diatriba. I signori AB rimarranno sorpresi di non aver capito minimamente l'uno la tesi dell'altro, e di aver combattuto contro un esercito d'aria.

 

Mika è a testa in giù, ma il suo ragionamento è perfetto e ineccepibile. Non fa davvero una grinza. Pare davvero che non esista in realtà un dritto e un rovescio permanente, tutto si capovolge, di minuto in minuto. Basta che prendi una navicella e sali sali sali, che ti ritrovi a un certo punto a scendere, e non sai perchè. Così, chi è idealmente immerso nella ragione più totale, e sempre idealmente sale sale e sale sussussù, potrebbe annegare nel torto più abissale, e scendere scendere scendere giuggiuggiù fino alle dorsali oceaniche. Solo Dio non è mai a testa in giù, e non è neppure sicuro che esista.

Mika dovrebbe insegnarci a rivedere un po' tutte le nostre teorie, e a usare quei due buchi che abbiamo ai lati della testa, che non a caso sono collegati al cervello.

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martedì, 24 aprile 2007 , 09:23

Chi scrive libri è tutto o nulla. E siccome a nessuno sarà mai dato di essere tutto, tutti noi che scriviamo libri siamo nulla. Siamo sottovalutati, gelosi, feriti e ci auguriamo la morte dell’altro. L’incontenibile aumento della grafomania tra uomini politici, autisti di taxi, partorienti, amanti, assassini, ladri, prostitute, prefetti, medici e pazienti, mi dimostra che ogni uomo, senza eccezione, porta in sé lo scrittore come una sua potenzialità, tanto che tutta la specie umana potrebbe a buon diritto scendere per strada e gridare: Noi siamo tutti scrittori!

Tutti, infatti, soffrono all’idea di scomparire senza essere stati visti né uditi in un universo indifferente e per questo vogliono, finché sono in tempo, trasformare se stessi nel proprio universo di parole.

Quando un giorno (e sarà presto) dentro ogni uomo si sveglierà lo scrittore, saranno tempi di sordità e incomprensione generali.

Milan Kundera, Il libro del riso e dell’oblio

 

Torno ancora sul tema della lettura e della scrittura, perché mi sembra molto interessante, soprattutto in un mondo, come diceva già Kundera, che vede l’aumento esponenziale della grafomania, che sembra oggi diventare quasi una moda, una malattia incontenibile. Tutti scrivono. Una statistica di qualche anno fa diceva che in Italia ci sono, paradossalmente, più persone che scrivono che persone che leggono.

E io credo che ci siano due motivi principali. Il primo è quello descritto sopra da Kundera. C’è poco altro da dire al proposito, visto che mi sembra spiegato chiaramente. Il secondo motivo è molto semplice: evasione. Evasione dalla realtà. E a questo punto bisogna chiedersi: perché abbiamo bisogno di evadere dalla realtà?

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giovedì, 19 aprile 2007 , 23:31

- Zio, - gli dissi, - vedrai che finirà presto. Quando noi arriveremo in Russia sarà già finito tutto.

Mi guardò in silenzio. Sussurrò: - Ragazzo, tu parti perché sei un soldato. Ti auguro solo di ritornare.

Queste ultime parole scesero pesanti e riprendemmo l'ultima partita. Loro, quelli contro cui andavo a combattere, avevano il settebello, gli ori, gli assi; noi, le scartine.

Le nostre figure erano già state tutte giocate.

Mario Rigoni Stern, L'ultima partita a carte, Einaudi, Torino, 2002

Devo confessarvi che, di solito, io i libri che leggo me li dimentico immediatamente dopo averli finiti. A parte quando mi fanno pensare, come in questo caso. Appena ho letto queste frasi sono stato assalito dal freddo gelido della steppa russa. Ma anche da un altro tipo di freddo. Un freddo esistenziale , di concetto. Il freddo della consapevolezza (e qui, secondo me sta il nocciolo della questione, il senso profondo del discorso di Rigoni Stern) che tutte le guerre, in fondo sono uguali. Tutte ugualmente inutili.

 

 

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mercoledì, 18 aprile 2007 , 16:29
Gli scrittori [sono coloro che] fondano un luogo proprio, eredi dei lavoratori d’un tempo, ma sul terreno del linguaggio, scavatori di pozzi, costruttori di case.
Lungi dall’essere scrittori, i lettori sono dei viaggiatori; circolano su territori altrui, come nomadi che praticano il bracconaggio attraverso pagine che non hanno scritto.
[ N.B.: detto con neutralità, forse con una certa stima]
Michel de Certeau, L’invenzione del quotidiano

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