Per necessità, per naturale propensione, per il piacere di farlo, tutti noi citiamo.
Ralph Waldo Emerson

domenica, 03 giugno 2007 , 19:23

“Io non so cosa sia un matto”, sussurrò Veronika. “Comunque, io non lo sono. Sono una suicida frustrata.”

“Matto è colui che vive nel proprio mondo. Come gli schizofrenici, o gli psicopatici o i maniaci. Quelle persone, cioè, che sono diverse dalle altre.”

[…]

“Una volta ho visto una donna con un  vestito rosso tutto scollato e lo sguardo vitreo che girava per le vie di Lubiana; il termometro segnava cinque gradi sotto lo zero. Pensai che fosse ubriaca e mi avvicinai per aiutarla , ma lei rifiutò la mia giacca”

“Nel suo mondo forse era estate. E magari il suo corpo era riscaldato dal desiderio di qualcuno che l’aspettava. Anche se questa persona fosse esistita soltanto nel suo delirio, lei aveva il diritto di vivere o di morire come voleva, non credi?”.

 

Paulo Coelho, Veronika decide di morire

 

Si può affermare al di là di ogni dubbio se qualcuno è matto? Se lo fossero tutti gli altri?

C’è davvero un punto di riferimento, un appoggio stabile e fisso? O solo un riferimento variabile e dinamico?

A ben pensarci il discorso è simile a quello dei colori: come facciamo a sapere quali nomi danno gli altri al colore che noi chiamiamo rosso? Come facciamo a sapere quale colore loro intendono dicendo rosso?

postato da nemorat · permalink · commenti (7)


Commenti
#1    03 Giugno 2007 - 21:14
 
Sai, il miop parrucchiere mi ha definito scherzosamente (no, meglio: io mi son definito al mio parrucchiere, ieri) pazzo: si parlava di Erasmus. E sarà interessante andare lì cn 120 euro al mese...
Nimor
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#2    04 Giugno 2007 - 18:15
 
io che esperienza con una persona che stava male l'ho fatta, trovo sempre molto stramba la parola "pazzo". ci sono dei quasi-sinonimi che, secondo me, andrebbero usati più di frequente in sua sostituzione.

forse tu parlavi, però, di punti di vista. ogni tanto, credo, sia doveroso cambiare angolazione per poter avere una visuale più elastica di ciò che ci circonda.
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#3    05 Giugno 2007 - 18:36
 
be', il discorso era anche proprio quello ei punti di vista, ma più precisamente era centrato sulla differenza (che spesso si crede solida e ben definita e che in effetti non lo è per niente) tra "sano" e "matto". ovviamente ci sono un sacco di parole diverse e con diverse sfumature per esprimere il concetto, ma ho voluto usare questa proprio perchè esprime la cesura in modo tangibile. inoltre nel testo si usavano proprio queste parole e, credo, con lo stesso scopo.
ovviamente si parlava di giudizi e pregiudizi e non del disagio.
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#4    08 Giugno 2007 - 15:25
 
Qui nella mia città, quando mia madre era ragazza, c'era un signore matto. Era impazzito durante la campagna mussoliniana in Grecia. Lui e il suo plotone avevano trovato uno scrigno pieno di tesori. Avevano deciso di dividere tutto equamente, assieme al comandante. Ma questo, all'ultimo momento, si era tenuto tutto. Dal suo ritorno, continuava a vagare per le strade della città parlando con l'Italia: "Cosa credevi di fare, Italia? Sapevi benissimo di essere uno stivale pieno di me**a!".
Altri matti lo sono diventati per colpa della guerra, un'altra lo era diventata per il dolore per la morte di sua figlia, morta di AIDS. Questa storia è più bella: questa signora andava per le strade a cercar da mangiare nei cassonetti, e invece era miliardaria. Con la morte della figlia, per lei era come aver perduto tutti i suoi averi.
I matti sono la dimostrazione che c'è del marcio in questo mondo, e ci ferisce. Ci feriamo noi stessi, perchè il marcio lo creiamo noi.
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#5    09 Giugno 2007 - 00:56
 
che bel commento!
Le tue storie sembrano, appunto, storie, e non cose accadute.
La narrazione prede forma, la trasformazione ha luogo.
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#6    09 Giugno 2007 - 10:26
 
Sono del parere che spesso raccontare di fatti realmente accaduti in questo modo, sia a volte meglio che inventare delle storie. Ne abbiamo così tante, di storie, di fronte agli occhi. Ci vuole un po' per vedere chiaro in ognuna di queste, ma quando ci si riesce, è come aver creato un personaggio nuovo con vestiti, mani e vita.
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#7    05 Dicembre 2007 - 00:59
 
Io quel colore lo posso chiamare "rosso", tu lo puoi chiamare "asdrubale", ma il concetto, l'idea è la medesima. In questo caso è solo questione di lingue differenti (non vado a dire che gli inglesi sono pazzi perchè per quello che chiamo "rosso", loro usano la parola "red").

Altra cosa è se diciamo tutti e due "rosso", ma tu come concetto hai un altro colore completamente diverso o, addirittura, neanche un colore, ma per esempio la ruota anteriore destra di una macchina. Universalmente la parola "rosso" identifica una precisa cosa, questo non perchè un giorno si è alzato qualcuno è ha detto così, ma perchè la crescita della società mondiale è arrivata a decidere questo.

Quindi: se tu per la parola "rosso" hai il concetto del moto di rotazione del cestello di una lavatrice, quello che ha qualcosa che non va sei tu, non l'intera popolazione mondiale.

Sul come fare a sapere cosa intende una persona con la parola "rosso", credo basti cimentarsi nella classica domanda -Cosa intendi tu con la parola "rosso"?-; e se la persona, a cui è stata fatta la domanda, ha difficoltà a rispondere e ad esprimersi o non dice proprio nulla, le risposte sono principalmente due: o ha qualcosa in testa che non va (momentaneo o no), oppure ha difficoltà di lessico (che comunque sia è un problema, dato che non è proprio normale se una persona non riesce a esprimere anche i più banali concetti, come lo è appunto il concetto della parola "rosso").
E se ha difficoltà di lessico, lo si scopre in 5 minuti e semplicemente sarà rimandato a ripetere la stessa classe e/o invitato a studiare di più la sua lingua.
utente anonimo

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