Il dolore può essere necessario, ma non rappresenta una virtù in sè.
Joseph E. Stiglitz , La globalizzazione e i suoi oppositori
Mai avrei creduto di trarre una lezione di vita come questa da un libro comprato esclusivamente per l'esame di macroeconomia II.
Il dolore "economico e finanziario" di un paese può, forse, essere necessario per un breve periodo di tempo affinchè si giunga ad una svolta nel mercato interno e estero. Ma non è qualcosa da perseguire come spesso il Fondo Monetario & co. hanno fatto.
Non si può giocare con la vita degli altri solo perchè si sta racchiusi in palazzi dorati, mentre ci si dà quotidianamente a sguazzi pari a quelli di Zio Paperone nel beneamato deposito.
Questo dice, all'incirca, Giuseppe.
E io lo riadatto, in modo per lo più imbarazzante, al mio quotidiano.
Spesso sto a farmi fagocitare da quel sentimento che fa tanto "dolore" alla giovane Werther. Ha un che di romantico, nel senso più letterario del termine. E mi ci accoccolo, tentando di tirar fuori il meglio dal peggio (di me? del dolore? del romantico?).
Ma forse, senza arrivare a condannare il dolore in quanto tale, senza aborrirlo e rifuggirlo, potrei almeno iniziare a credere che senza ci si può stare, e anche bene.
[è una riflessione di cui non so farmi migliore portavoce, chiedo venia ]
Joseph E. Stiglitz
Mai avrei creduto di trarre una lezione di vita come questa da un libro comprato esclusivamente per l'esame di macroeconomia II.
Il dolore "economico e finanziario" di un paese può, forse, essere necessario per un breve periodo di tempo affinchè si giunga ad una svolta nel mercato interno e estero. Ma non è qualcosa da perseguire come spesso il Fondo Monetario & co. hanno fatto.
Non si può giocare con la vita degli altri solo perchè si sta racchiusi in palazzi dorati, mentre ci si dà quotidianamente a sguazzi pari a quelli di Zio Paperone nel beneamato deposito.
Questo dice, all'incirca, Giuseppe.
E io lo riadatto, in modo per lo più imbarazzante, al mio quotidiano.
Spesso sto a farmi fagocitare da quel sentimento che fa tanto "dolore" alla giovane Werther. Ha un che di romantico, nel senso più letterario del termine. E mi ci accoccolo, tentando di tirar fuori il meglio dal peggio (di me? del dolore? del romantico?).
Ma forse, senza arrivare a condannare il dolore in quanto tale, senza aborrirlo e rifuggirlo, potrei almeno iniziare a credere che senza ci si può stare, e anche bene.
[è una riflessione di cui non so farmi migliore portavoce, chiedo venia ]
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