Una volta chiesero a Bertrand Russell, ateo incallito, che cosa avrebbe detto se dopo la morte, nonostante tutto, avesse incontrato Dio. Si dice che Russell abbia risposto: "Gli chiederò: onnipotente Iddio, perché hai dato così pochi segni della tua esistenza?". Indubbiamente la terribile realtà in cui viviamo non assomiglia – almeno in superficie – a un mondo in cui prevalga l'onnipotenza benevola; ed è davvero difficile capire come, in un universo compassionevole, possano abitare tante persone poverissime, sempre affamate, prive di ogni cosa e disperate, e perché ogni anno milioni di bambini innocenti debbano morire per mancanza di cibo, assistenza medica o interesse da parte della società.
Naturalmente il problema non è nuovo, e i teologi ne hanno già discusso. L’argomento secondo cui Dio vuole che siamo noi e solo noi a occuparci di queste cosa ha un fondamento razionale non disprezzabile; non essendo religioso, non so giudicare quanto valga sul piano teologico, ma apprezzo molto l’affermazione che devono essere gli stessi esseri umani a prendersi la responsabilità di sviluppare e cambiare il mondo in cui vivono. Non è necessario essere religiosi per apprezzare questo punto fondamentale. Dato che – in senso ampio – viviamo tutti insieme, non possiamo sottrarci all’idea che, in ultima analisi, le terribili cose che vediamo accadere intorno a noi siano problemi anche nostri. Sono responsabilità nostra, che esista o meno anche qualcun altro con cui condividerla.
Come esseri umani responsabili e intelligenti non possiamo sottrarci al compito di giudicare una situazione, e quali siano gli interventi necessari; come creature capaci di riflettere siamo in grado di valutare le vite altrui. E il nostro senso di responsabilità non è necessariamente legato solo alle eventuali sofferenze causate dal nostro stesso comportamento (anche se pure questa responsabilità può essere molto importante), ma può investire, più in generale, tutte le miserie che vediamo intorno a noi e a cui siamo in grado di porre rimedio. Naturalmente tale responsabilità non è la sola cosa degna della nostra attenzione, ma negare che – presa nella sua accezione più ampia – essa sia comunque rilevante significherebbe eludere un aspetto centrale della nostra esistenza sociale. Si tratta non tanto di avere regole precise che ci dicano il modo esatto di comportarci, quanto di riconoscere l’importanza della nostra comune umanità quanto di troviamo di fronte alla scelte.
Amartya Sen, Lo sviluppo è Libertà.
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